“INCENTIVI ALLE IMPRESE FEMMINILI, MA NON PER TUTTE, LA REGIONE RIMEDI”: LA RICHIESTA DEL CUP VENETO

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Immagine“Dopo anni in cui le imprese femminili segnavano un trend di crescita positivo c’è stata la doccia fredda della crisi Covid che ha visto un calo di iscrizioni di imprese femminili nei primi 9 mesi del 2020 del 42,8% in meno rispetto allo stesso periodo del 2019. Ecco quindi che la Regione Veneto ha inteso mettere a bando 1 milione 480mila euro a sostegno dello sviluppo dell’imprenditoria femminile. L’ agevolazione, nella forma di contributo a fondo perduto, era pari al 40% della spesa rendicontata ammissibile per la realizzazione del progetto imprenditoriale con un ammontare di spesa minimo di Euro 20.000 fino ad un massimo di Euro 133.000. Un’occasione per molte ma non per tutte!” sottolinea la presidente del Cup – Comitato unitario degli ordini e dei collegi professionali del Veneto e  dell’Ordine dei Consulenti del lavoro di Venezia, Patrizia Gobat.

“Purtroppo tra le categorie destinatarie dei contributi abbiamo dovuto registrare l’assenza le libere professioniste, sia dell’area ordinistica sia delle professioni non regolamentate – precisa Gobat -. Tutto ciò perché la legge regionale n. 1 del 2000 non si è adeguata a un consolidato orientamento della legislazione comunitaria e nazionale che ha equiparato i professionisti alle pmi quali esercenti di attività economiche, a prescindere dalla forma giuridica e, pertanto, destinatari dei contributi erogati dallo Stato e dalle Regioni”.

“Il Comitato Unitario Permanente degli Ordini e Collegi professionali del Veneto, al quale aderiscono più di 120.000 professionisti in Regione, da anni ha fatto presente questa ingiusta esclusione ma le istanze sono rimaste inascoltate. Pertanto ora abbiamo inviato una ulteriore richiesta affinchè il bando venga modificato e si permetta l’accesso ai contributi alle professioniste che esercitano l’attività in forma individuale e come studio associato a prevalente partecipazione femminile”.

La questione in teoria è semplice perché basterebbe che il requisito del numero di iscrizione alla Camera di Commercio non fosse condizione di improcedibilità della domanda. “Ricordiamo che le libere professioni riscontrano da anni un notevole incremento della compagine femminile rispetto a quella maschile, non solo sei settori economico-giuridico e sanitario ma anche nelle aree tecnico-scientifiche, che le professioniste hanno un alto livello di istruzione e di competenze e sono molto propense alla innovazione e alla digitalizzazione – continua Gobat -.Non solo, scegliere la libera professione vuol dire intraprendere consapevolmente un modo di lavorare con pochissime tutele (tipiche del lavoro dipendente), zero misure di conciliazione vita lavoro e affrontare un mercato dei servizi ancora condizionato da pregiudizi di genere. Oltre a ciò dobbiamo sempre combattere per ottenere ciò che ad altre categorie viene concesso naturalmente. Auspichiamo che la regione Veneto riconosca le ragioni delle libere professioniste e adotti le necessarie misure per lo sviluppo di questo importante settore in crescita riconoscendole come elemento strategico del mercato del lavoro e dei servizi avanzati”.

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